Ricognitore della 95° Brigata Ivan Trembovetskyi: Come siamo usciti da Debal’tseve

Un anno fa, dopo Maidan, quando è iniziato il casino con la Crimea, io con gli amici siamo andati all’uffici di reclutamento e ci siamo iscritti come volontari a condizioni, che se dobbiamo combattere allora combattere seriamente, invece se ci mettono a compilare i documenti, allora fatelo da soli. Dopo un mese ci hanno chiamati, ci hanno invitati all’ufficio di reclutamento e ci hanno spediti a Zhytomyr. Sono capitato nella mia 95° brigata, dove ho fatto la leva militare 12 anni fa, e sono finito nel mio battaglione e nel mio plotone di ricognizione.

Prima ho lavorato come il redattore nei canali televisivi “2+2” e “TET”. Ora sono ritornato al lavoro. Ma fino ad oggi cerco di recuperare le forze e la salute, perché in guerra oltre alle ferite e contusioni abbiamo perso perfino i denti.

Quando ci hanno chiamati, noi per alcune settimane abbiamo ricordato e sparato e poi siamo partiti a combattere.

All’inizio facevo il ricognitore nel plotone esplorante del secondo battaglione, e poi sono diventato il vice comandante del plotone.

Prima eravamo a Dobropillia, ma a maggio, quando è iniziata l’ATO, la nostra brigata è partita a riconquistare monte Karachun, insieme alla Guardia Nazionale e lo spetsnaz. In quel periodo il nostro battaglione era sparso in diversi luoghi.

Quando ritornavamo da Dobropillia dopo la missione, lungo la strada abbiamo incontrato un bambino che gridava “Slava Ukraini”, e ho capito che non è tutto così male in questa regione, che ci sostengono tanti.

Dopo abbiamo iniziato a installare i posti di blocco intorno a Sloviansk, per permettere lo svolgimento delle elezioni e per evitare la diffusione della “peste”. Ricordo, quando stavamo al posto di blocco, bloccavamo la strada vicino il paese Dymytriv. Quando passavano i civili, noi eseguivamo la perquisizione, se fossero le famiglie con i figli li lasciavamo andare. Perquisivamo con maggior attenzione la milizia, perché credevamo tra di loro almeno la metà sono i mascalzoni, i quali hanno permesso di succedere quello che è successo all’est e hanno consegnato le armi volontariamente. Alcuni locali ci dicevano delle volte: “Voi perquisiteci, ma ecco a voi un po’ di cibo”. E noi di nuovo capivamo, che non è così male la situazione come ci è sembrata all’inizio. Però dopo aver sentito i racconti, che tanti mangiavano e poi si addormentavano, noi abbiamo deciso di mangiare a turni.

Così abbiamo passato il tempo di 3 settimane e mezzo. Proprio allora nel nostro battaglione c’erano i primi caduti. I ragazzi ci portavano i rifornimenti e sono caduti in un imboscata, l’equipaggio del BTR insieme agli accompagnatori sono morti. Subito dopo per me è iniziata un’altra tappa: la sensazione, che ora è tutto davvero serio e bisogna essere molto attenti.

Poi ci siamo trasferiti nella foresta vicino al monte Karachun e abbiamo vissuto lì per un paio di mesi. All’inizio era molto difficile, scarseggiavano l’acqua e il cibo. Nella giornata avevamo solo un litro a testa, come usarla poi decidevi tu stesso: o la bevevi o ti lavavi. In quel periodo faceva molto caldo. Avevamo un grosso problema con i rifornimenti, perché allora non sapevano ancora in che modo fornirci tutto il necessario.

Da lì noi partivamo in diverse missioni. La nostra unità ha fatto da convoglio per la nostra brigata. I ragazzi del 1° e 13° battaglioni combattevano per bene, mentre noi gli aiutavamo, accompagnavamo, portavamo le munizioni. All’inizio proprio questo era il nostro lavoro.

Dopo la liberazione di Sloviansk, tutta la 95° brigata si dislocava nella città. Proprio là abbiamo visto per la prima volta dopo un lungo periodo un letto. Da lì abbiamo iniziato ad effettuare le marcie. Ma quando le altre brigate partivano con i battaglioni e poi si davano il cambio, noi partivamo e non ci davano mai il cambio.

Abbiamo girato vari posti. Quando la nostra brigata è entrata a Lysychansk, abbiamo visto le montagne dei cadaveri, nessuno toglieva dalle strade i corpi dei separatisti morti, e il caldo fortissimo sollevava un puzza allucinante.

Uno dei posti più memorabili per me è l’aeroporto. Noi siamo entrati a Pisky. All’inizio avevamo il compito: il gruppo di mortai lavora, e i gruppi di compagnie e plotoni di fanteria fanno da copertura. Cioè, dovevamo difendere Pisky nel caso dell’attacco oppure andare all’aeroporto come i rinforzi. Però alla fine è successo diversamente: il compito di un gruppo com’era così è rimasto, mentre un altro gruppo doveva andare all’aeroporto, perché lì mancavano gli uomini. Ecco così il nostro battaglione ha passato due mesi al terminal, ed i gruppi venivano cambiati periodicamente.

Il nostro plotone è entrato all’aeroporto più volte. L’ultima missione composta dalle unità miste all’aeroporto abbiamo fatto alla fine di novembre, poi ci hanno sostituiti i ragazzi del 90° battaglione. La regola principale al terminal era rimanere calmo e stare sempre sull’attenti, perché in qualsiasi momento ci poteva colpire qualcosa.

Nel giorno del compleanno di Putin, loro avanzavano come pazzi, come la carne, perché noi li bombardavamo non poco. Si notava molto la differenza tra i separy /separatisti/ e i professionisti. Una cosa, quando vedi qualcuno da distanza di 300 metri, e un’altra a distanza di 20 metri e capisci che non è un minatore qualunque ma un soldato.

Ultimi tre giorni, dal 30 novembre al 1 dicembre, erano molto duri, i combattimenti erano continui. Dormivamo una o due ore al massimo. Al terzo giorno dopo i combattimenti lunghi eravamo esausti. Erano arrivati a ragazzi del 90° battaglione a sostituirci, e il nemico ha iniziato a bombardarci con tutte le forze. Allora abbiamo capito, che i ragazzi appena arrivati non avevano alcun esperienza. È un grosso errore inviare in un tale inferno i ragazzi nuovi, non si può mandare subito in una situazione simile gli uomini che non sono pronti né psicologicamente né fisicamente.

Dopo l’aeroporto ci hanno concesso le vacanze, e alla fine di vacanza ho avuto un periodo decisivo, dovevo prendere una decisione: ritornare al fronte o no. Io sono stato sempre fortunato in guerra, ma ovviamente non può continuare così. Ho pensato: forse è basta così? Ma mi ha telefonato il mio comandante dicendo, che lui si è ammalato seriamente e chiedendomi di sostituirlo.

A gennaio dovevamo già preparaci alla smobilitazione e tornare a Zhytomyr. Ma poi è cambiato qualcosa, e alcuni nostri gruppi sono stati preparati per una partenza urgente. Siamo partiti con la nostra artiglieria per Donetsk, nei campi, nella zona di Avdiivka e Spartak. Hanno detto, che durerà tutto solo 3 giorni, invece siamo stati lì 23 giorni. Tutti i giorni il nemico effettuava il fuoco nei nostri confronti, non avevamo dove nasconderci. Le prime due settimane vivevamo lì senza le trincee, perché ci spostavamo continuamente. Dormivamo sulla neve sotto il BTR, e delle volte sopra di esso. Non avevamo dove nasconderci, e quando arrivava qualche bomba ci sdraiavamo per terra e semplicemente aspettavamo. Eravamo molto fortunati, e non un giorno ma per intere 3 settimane, avevamo al massimo qualche contusione.

Dopo questi campi siamo arrivati a Sloviansk sporchi, ci ho messo tanto per lavarmi per bene i capelli.

Là abbiamo iniziato i lavori di scartoffie. Io prima di tutto dovevo passare dalla compagnia medica e registrare tutte le mie ferite e contusioni. Tanti ragazzi dovevano capirlo, che la guerra è sempre guerra, ma quando hai qualche conseguenza, non devi dimenticare di registrarla, questi documenti fanno da conferma tu hai combattuto.

Non abbiamo fatto in tempo a riposare per bene, quando di nuovo dovevamo partire urgentemente, questa volta a Lohvynove e unirci al primo battaglione, dove mancavano gli uomini. Il nostro gruppo era composto da 7 uomini e un BTR. Siamo arrivati, abbiamo conosciuto i ragazzi e aspettavamo gli ordini. E tra l’11 e 12 febbraio le nostre truppe hanno iniziato ad abbandonare in massa Debal’tseve. Per di più, secondo me, lo facevano in modo stupido, con la luce in mezzo la notte.

L’artiglieria nemica ha iniziato a bombardare questa colonna con noi dentro. Noi vedevamo, che tanti uomini e i mezzi se ne andavano, e non capivamo, cosa stava succedendo, tutti fuggivano mentre non stavamo fermi. Dovevamo pernottare all’incrocio, dove all’epoca presiedevamo la postazione, ed era l’ingresso nel villaggio Luhans’ke, ma abbiamo dovuto ritirarci. Abbiamo girato, e siamo entrati nel campo, là abbiamo pernottato per metterci al sicuro, e aspettavamo gli ordini. Da noi erano arrivati un paio degli uomini da qualche comando da campo e ci hanno portato l’ordine di partire a Debal’tseve. Noi eravamo 22 uomini, 3 BTR, noi abbiamo guardato gli uomini del comando e abbiamo detto: sì, ovviamente è bello, ma perché quella zona hanno abbandonato tanti mezzi da combattimento? Mica siamo ciechi noi. E loro ci hanno risposto: qualcuno da lì esce e voi dovete andare avanti e difendere, di là irrompere, di qua unire gli uomini e così via.

Noi abbiamo detto, ma che siamo immortali? Perché più di mille soldati se ne vanno e un plotone dei parà devono andare avanti? Ma non potevamo controbattere contro “bisogna farlo”. Dovevamo raggiungere Debal’tseve passando per le vie nei campi, ed erano proprio il 13, 14, 15 febbraio.

Poi dovevamo incontrare alcuni battaglioni, le loro unità erano annientate, dovevamo unirle,  mantenere le postazioni e tenere la difesa.

Passavamo in basso lentamente, e nelle altezze periodicamente incontravamo i nemici con i carri armati, BMP, siamo stati fortunati che questi mezzi erano girati dall’altra parte. Prelevavamo le coordinate e le passavamo al comando. Siamo entrati in città, abbiamo pernottato sotto i ponti, nella stazione. Sono salito su una delle torrette e ho trovato lì gli investigatori, ho deciso da parlare un po’ con loro per capire cosa e come. Loro erano spaventati e mi hanno chiesto che cosa dovevano fare? Dicevano, che sono abituati ai lavori con le scartoffie, e gli spari che hanno mai fatto nella loro vita erano con la pistola sulle bottiglie vuote. Io gli ho chiesto:

  • Chi vi ha mandati qui?
  • Ecco, ci hanno mandato perché servivamo qui.
  • E che cosa avete?
  • Un mitra e 5 caricatori

Abbiamo passata la notte in stazione. Sono arrivati gli uomini a recuperare la milizia che si trovava nella torretta, ma non hanno portato nessuno per sostituirli. Noi abbiamo presidiato quella postazione. Avevamo tante armi e munizioni, in questo senso non avevamo i problemi nella brigata, il nostro comandante ci riforniva con tutto il necessario.

Sempre là abbiamo incontrato l’8° regimento delle truppe speciali, sono stati spediti senza i mezzi da combattimento a ripulire la zona. Io ho detto che non consegno a loro il nostro BTR, perché non avevamo altro. È venuto fuori, che loro dovevano sostituirci circa il 15 febbraio, ma alla fine loro hanno ricevuto gli ordini diversi. Noi eravamo sorpresi, e non sapevamo che fare. Abbiamo saputo, che volevano spremere al massimo le unità preparate le quali entravano nella città. Ai generali voglio dire: voi siete dei coglioni, non si può sovraccaricare con i compiti le unità. I ragazzi sono esausti e non lo capiscono, e non si possono giudicare quelli che dicono: “Che vada tutto al diavolo, mica siamo scemi a combattere senza un riposo!”

Al mattino siamo andati dall’altra parte della citta, abbiamo combattuto anche là, e abbiamo presidiato le postazioni.

C’erano ancora i civili locali, anche se pochi. Abitavano nelle cantine. La metà di loro erano più o meno normali. Alcuni ci hanno aiutato e ci hanno consegnato le chiavi dei loro appartamenti, io ho spiegato, che non volevamo abbattere la porta, e ho avvisato, che non avranno più le finestre, quindi era meglio che portavano via tutti gli oggetti di valore.

In quei pochi giorni si poteva impazzire lì dai boati di artiglieria. L’artiglieria non cessava il fuoco mai. Bombardavano sia i nemici nei nostri confronti, sia i nostri in risposta.

Abbiamo finito la nostra missione e abbiamo saputo, che continuavamo a rimanere là, perché non c’era nessuno chi avrebbe potuto sostituirci. Ci hanno detto di trovare l’8° regimento delle truppe speciali e prelevare i feriti. Siamo tornati alla stazione e abbiamo visto, che era in corso un combattimento. Abbiamo chiesto dove sono i feriti, ma hanno sbagliato un po’ ad indicarci la strada, così verso di noi sono arrivate 3 granate del RPG. Ma comunque siamo riusciti a trovare i feriti e portarli via.

I ragazzi dell’8 regimento sono stati bravissimi. Vicino a loro, sotto la recinzione a terra era sdraiata una compagnia di Guardia Nazionale e osservava le siepi. Li abbiamo avvicinati con il nostro BTR, e ho chiesto: “Ragazzi, che state facendo qui? Là c’è l’8 reggimento che combatte, devono avere qualche copertura, in modo tale da permetterli ad andare avanti”. Ho parlato con il comandante, lui mi ha detto, che loro non sapevano come passare il cancello. Noi con il BTR abbiamo buttato giù la recinzione, creando il “cancello”, altrimenti loro continuavano a stare lì senza saper cosa fare. Non capisco a che servono i combattenti simili?

Mentre trasportavamo i feriti, siamo passati dal lato, dove dovevano stare le nostre truppe, ma lì non c’era più nessuno. Ho capito, che eravamo praticamente da soli in quella parte della città. Siamo andati là, dove doveva stare la 128° brigata, ma anche lì era tutto vuoto, tutta la brigata è svanita nel nulla. Ho chiesto a qualcuno: “Dov’è la gente?” Mi hanno raccontato che loro si sono ritirati ma tornavano. Mi sono reso conto che erano cavolate, tutti sono partiti per sempre.

Quando siamo rientrati alle nostre postazioni, ci hanno detto di abbandonate Debal’tseve allo stesso silenzioso modo come siamo entrati. Siamo usciti dalla città usando le vie nei campi. Vedevamo che queste vie sono già state usate da parte di qualcuno per abbandonare la città, loro uscivano sotto il fuoco, ogni tanto vedevamo i nostri mezzi da combattimento colpiti. Noi volevamo portar via questi mezzi, ma non avevamo alcuna voglia di rischiare. Durante il viaggio, un paio di volte ha tentato di colpirci un cecchino. Noi ce ne siamo andati in fretta, perché cercare un cecchino nel bosco è completamente inutile. Quando siamo usciti dalla città, ci hanno detto che abbiamo attraversato un campo minato senza saperlo. Dopo il pernottamento siamo andati al comando da campo più vicino, da dove ci volevano di nuovo spedire a Debal’tseve. Noi abbiamo detto che ci prendono in giro. Allora ci hanno assegnato la missione di riconquistare Novohryhorivka. Per noi era sorprendente, perché il giorno prima siamo passati da questa località ed era ancora sotto il nostro controllo, invece il giorno dopo era già sotto il nemico.

Ci mandavano di nuovo nell’accerchiamento, ma i carristi della Guardia Nazionale, con i quali dovevamo partire per l’operazione, non sono riusciti a farlo, così il comando l’ha annullato. Di sera il nostro gruppo era convocato, ci hanno detto che dobbiamo andare a piedi e presidiare le altezze. La gente doveva abbandonare la zona, perciò noi dovevamo esplorare la strada e osservare i mezzi da combattimento del nemico nel caso se dovessero avanzare, per passare le coordinate all’artiglieria. E ai nostri dovevamo indicare la strada e mantenere il corridoio, per permettere agli altri di uscire. Ci hanno detto che usciranno circa 100 persone, invece abbiamo visto circa 1500 uomini.

Vedevamo la gente correre. C’era un panico paurosa per colpa dei comandanti deficienti. Non devono però offendersi. Perché alcuni di loro sono fuggiti. Noi chiedevamo ai ragazzi incontrati per la strada chi era il loro comandante, e loro rispondevano che era fuggito prima. Che fico un comandante simile, che ha lasciato i propri soldati da soli nel panico.

E poi c’era un altro problema, ad esempio la mamma di qualcuno ha chiamato, dopo aver sentito da qualche parte, che tutti sono accerchiati, e da lì si è scatenato il casino, tutti erano spaventati e non sapevano che cosa fare, e questa cosiddetta “radio” è un vero e proprio guaio.

A Debal’tseve c’erano le migliaia dei soldati, ovviamente era impossibile farli uscire tutti subito per il rischio del fuoco nemico. Li facevano uscire reparto dopo reparto, ma quando un uomo è fermo nel posto di blocco e vede che gli altri abbandonano la zona, lo prende il panico, lui lascia tutto e fugge, senza sapere dove. Fuggivano usando le vie sconosciute, la metà di loro abbandonavano i mezzi da combattimento, alcuni comandanti semplicemente non sono riusciti a trattenere i loro ragazzi, i quali correvano lungo i campi minati, lungo le vie bombardate, perché loro non sapevano quale via sicura dovevano prendere. Appunto per questo motivo c’erano così tanti morti e così tanti feriti.

Il problema maggiore era l’assenza del collegamento radio tra le brigate. Noi eravamo lì, creavamo il corridoio e loro ci sparavano addosso. Sparavano contro tutto quello che vedevano, contro tutte le siepi, mentre noi stavamo in mezzo alle siepi, noi ci guardavamo e volevamo semplicemente alzarci in piedi e tirare una sberla a coloro che ci sparavano. Siamo stati per un’ora e mezza sotto il fuoco amico, tutti quelli che uscivano dall’accerchiamento ci sparavano. Abbiamo dovuto abbandonare le altezze, perché rischiavamo di essere colpiti dal fuoco amico. Ce ne siamo andati per rimanere in vita. Ma quando siamo scesi dalle altezze abbiamo iniziato ad incontrare sempre i nemici. Era dura, però comunque siamo riusciti a lanciare i razzi segnalatori, abbiamo appeso la bandiera, cioè mostravamo la nostra posizione per indicare la strada ai militari dove dovevano andare. Inoltre, i ragazzi aiutavano i feriti.

Dopo la giornata in cui per tutto il tempo dalla città uscivano le persone, il comando superiore di questo settore ha preso un'altra decisione “stupenda”: ci hanno detto, se ci fosse un attacco da Debal’tseve, noi avremo dovuto aspettare, nasconderci e respingere questo attacco. E noi eravamo soli 35 uomini. Eravamo indignati perché non potevamo dormire neanche quella notte. Tanti avevano i piccoli congelamenti. Tutti i ragazzi del mio plotone erano contusi. Gli uomini erano persi. Potevano ancora combattere, ma la domanda era se potevano farlo per bene?

La giornata volgeva verso sera, e noi continuavamo a presidiare la postazione. Abbiamo guardato con il visore a infrarossi e abbiamo visto che il nemico ci ha superati. Stavano arrivando i blindati e aspettavamo da un momento all’altro che l’accerchiamento si chiudesse proprio dietro di noi. Ci rendevamo conto che restare lì sul posto in una situazione simile era inammissibile, così abbiamo ottenuto il permesso di ripiegare. Ci siamo ritirati e ci siamo messi in difesa in un’altra postazione. Poi ci hanno convocati e hanno inviato a Sloviansk quel gruppo di uomini, i quali erano contusi e feriti. Incluso me stesso, la mia spalla si era infiammata nell’articolazione, la sto curando ancora.

Ricapitolando, la situazione a Debal’tseve si è formata a causa di tante persone che sollevavano il panico. A causa di assenza di un normale collegamento radio. Perché combattiamo alla vecchia, come ci capita. E poi non cambia nulla dal principio. Il riciclaggio dei soldi è sempre presente. E io non posso capire, coloro che rubano si sazieranno mai?

Dall’anno scorso nell’Ucraina è iniziata a nascere una nazione, fino ad allora tanti di noi non capivano chi sono gli ucraini. Ora c’è questo germoglio e la cosa più importante è non perdere quello che abbiamo oggi. Dobbiamo pensare al futuro, a quello come educhiamo i nostri figli oggi. Siamo entrati nelle nostre scuole per vedere cosa sta succedendo lì: le aule della preparazione dei ragazzi al servizio militare sono vuote come lo erano prima. Gli insegnati con i propri soldi comprano i poster per le lezioni. Un insegnate ha raccontato, che il mitra per l’esercitazione lui l’ha dovuto prendere in prestito in un'altra scuola, perché oggi ci sono le ragazze e i ragazzi che si interessano. E poi, penso, che bisogna introdurre le lezioni di patriottismo sano.

Il compito dei soldati è combattere al fronte, ma la gente che si trova nelle retrovie devono combattere sul posto. Loro non hanno bisogno delle armi, devono fare l’ordine, e spezzare il sistema. Ora il problema maggiore degli ucraini è che noi non conosciamo i nostri diritti costituzionali. Quelli che li conoscono sono stanchi di combattere la burocrazia. Ognuno di noi deve iniziare a combattere per i propri diritti, senza cedere mai, allora tutto pian pianino inizierà a cambiare.

Testo e foto: Vika Yasyns’ka, Censor.Net

23/07/2015

Fonte: https://censor.net.ua/resonance/341668/razvedchik_95oyi_brigady_ivan_trembovetskiyi_kak_my_vyhodili_iz_debaltsevo

Traduzione di Dana Kuchmash